Ci hanno insegnato che per essere buoni dobbiamo “accettare la diversità”. Ci hanno riempito la testa di parole delicate, progetti speciali e lezioni sull’inclusione, convinti che il problema sia spiegare ai ragazzi che chi ha una disabilità è “diverso, ma speciale”.
Ecco, questa è la prima, enorme bugia. Ed è l’errore che facciamo tutti.
Se continuiamo a usare la parola “diversità” solo quando parliamo di disabilità, stiamo facendo una cosa sola: stiamo costruendo un recinto. Da una parte ci mettiamo i “normali”, dall’altra i “diversi” da proteggere, da capire, da compatire. Ma la natura non funziona così.
Guardiamoci intorno, senza retorica. Chi decide da cosa si è diversi? Chi è alto è diverso da chi è basso. Chi ha i capelli neri è diverso da chi li ha biondi o da chi è calvo. Chi è nato in Italia è diverso da chi è nato in Asia. Due persone identiche non esistono, nemmeno se le cerchi con il lanternino. Ognuno di noi è una variante unica, irripetibile, a volte complicata.
La verità è che la diversità non è una categoria della disabilità. La diversità è il fattore umano. È lo sfondo comune di tutti. Se tutti siamo diversi, allora non lo è nessuno. Chi è in carrozzina cammina in modo diverso da chi usa le gambe, esattamente come chi ha gli occhi azzurri vede il mondo con una sfumatura diversa da chi li ha marroni. Nessuno è il metro di misura dell’altro. Nessuno è lo “standard” rispetto a cui gli altri devono giustificarsi.
E allora smettiamola con la favola del bullismo che nasce perché i ragazzi “non capiscono la diversità”. Non è vero. I bulli non colpiscono la diversità, perché vivono immersi nella diversità ogni giorno. I bulli colpiscono la fragilità. Colpiscono il ragazzo timido, quello grasso, quello con gli occhiali, quello troppo bravo a scuola o quello in carrozzina. Cercano il bersaglio che in quel momento percepiscono come più isolato, meno difeso.
Se vogliamo difendere i nostri figli dal bullismo, non dobbiamo fare la lezioncina sulla disabilità, trasformando un ragazzo in un “caso sociale” o in un santino da proteggere. Dobbiamo fare l’esatto contrario. Dobbiamo demolire l’idea che esista una normalità standard. Dobbiamo mostrare ai ragazzi che la normalità è solo un mosaico di infinite varianti umane, e che loro stessi sono una di quelle varianti.
Finché continueremo a spiegare la diversità come se fosse un’eccezione alla regola, saremo noi a creare il ghetto. Quando inizieremo a vederla semplicemente come l’unica regola esistente, il bullismo non avrà più un recinto in cui colpire. Perché saremo tutti, finalmente, sullo stesso identico livello.
